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Verve
- numero 9 marzo 2007
Mare
DiVino (articolo pag. 100)
Sognava di solcare
gli oceani sui vascelli della Marina ma
si è ritrovato, quasi per caso,
al timone dei secolari vigneti di famiglia.
E invece di andare alla deriva, Alberto
d'Attimis-Maniago, dopo aver dato una
svolta all'azienda, produce oggi i migliori
vini del Friuli.
testo di Mark Perna
fotografie di Maille Moore
Il conte sa che
l'unico vero artefice di un buon vino
è la natura. Una regola tanto semplice
quanto difficile da accettare, soprattutto
in un perioro come questo, nel quale il
vino è considerato un business
prima ancora che una tradizione nobile
e antica.
Ma se è arduo abbandonarsi all'idea
dell'imponderabile che governa l'universo,
c'è una categoria di persone che
lo può fare con la giusta filosofia.
Sono gli uomini che vengono dalla terra
e la vivono, con tutte le sue incognite,
le sue promesse e i suoi tradimenti. I
sacrifici che impone e l'amore con cui
ricambia chi la onora.
Giustappunto, il Conte d'Attimis Maniago
Marchiò è un uomo di terra.
Non proprio per vocazione.
Figlio di un generale di Cavalleria avrebbe
voluto intraprendere la carriera militare
lui stesso. Ma preferendo ai purosangue
della Cavalleria i cavalloni degli oceani.
Diventare ufficiale di marina, questo
era il suo sogno, navigare per i mari
del mondo e avere un amico in ogni porto
per un brindisi. Aveva già terminato
gli studi presso il collegio Morosini
della Marina militare a Venezia e superato
il concorso a esami per entrare nell'Accademia
navale di Livorno. I suoi sogni stavano
per prendere il largo e lui con loro.
Invece la sorte, con l'ironia che proverbialmente
le si attribuisce, gli ha riservato un
posto coi piedi ben saldi... a terra:
in plancia sì, ma della tenuta
di famiglia, e, almeno all'inizio, non
necessariamente entusiasta.
Una scelta quasi obbligata che il conte
ha saputo trasformare in un'autentica
passione. Questione di geni, forse.
Fare vino per i d'Attimis
non è infatti un vezzo legato alla
moda, il casato friulano possiede l'azienda
vinicola da quasi cinque secoli, da quando
nel 1585 Lavinia Freschi di Cuccagna sposa
Pompeo di Maniago, portando la proprietà
in dote alla nobile famiglia. Da allora
non è mai stata nè venduta
nè acquistata, ma sempre passata
in successione.
Va fieri di questa tradizione il conte,
ma la soddisfazione maggiore proviene
dalla consapevolezza di produrre oggi
grandi bottiglie per merito in larga parte
proprio suo: sotto la sua guida infatti
quasi tutti i vigneti sono stati rinnovati
negli ultimi ventanni e piantati a densità
maggiore così da limitare la resa,
aumentando la qualità a scapito
della mera quantità.
Vino buono, dunque, ottenuto senza pensare
eccessivamente alle regole del marketing
ma piuttosto in ossequio a quelle di un
territorio generoso.
L'azienda si sviluppa su 112 ettari, quasi
interamente a vigneto e come tutte le
vecchie tenute, su un unico appezzamento.
(...)
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